Metropoli
Uno cerca su internet qualcosa da fare il sabato sera e trova questo annuncio… un’ottima ragione per andare a nanna presto o lavorare al nostro progetto.
SAILOR PARTY AL SOTTOVENTO: Corpo di mille balene: ecco la festa a tema per lupi di mare e sirenette. In consolle Alex Paone propone un funky dj set balneare. Dalle 21 anche possibilità di cena con le specialità di pesce. Consigliato l’abbigliamento a tema marinaro.
Uahahahahahahahahaha!
Famhillary!
Scrive repubblica.it:
Ha voluto parlare alla platea democratica proprio nel giorno dell’88esimo anniversario della concessione del diritto di voto alle donne americane, colei che sognava di diventare il primo presidente Usa in gonnella. “Sono un senatore degli Stati Uniti d’America perche’ nel 1948 un gruppo di donne coraggiose e alcuni uomini temerari, molti viaggiando per giorni e giorni, si riunirono a New York per partecipare alla prima convention della nostra storia sui diritti delle donne”, ha detto Hillary Rodham Clinton a Denver, dove ha invitato i democratici a votare compatti per Barack Obama. E la battaglia “per conquistate il diritto di voto e’ durata 72 anni, tramandata di madre in figlia”, ha proseguito l’ex ‘first lady’, “ed e’ stata sostenuta da qualche figlio e nipote lungo il percorso”. “Quegli uomini e quelle donne”, ha sottolineato Hillary, “hanno trovato negli occhi dei loro figli e nipoti, immaginando un mondo piu’ equo e piu’ libero, il coraggio di combattere”, affrontando sacrifici, umiliazioni, violenze e perfino il carcere. “Fino a che 88 anni fa, in questo stesso giorno, il XIX emendamento che garantisce alle donne il diritto di voto e’ stato inserito per sempre nella nostra Costituzione”, ha ricordato. E se “mia madre e’ nata prima che le donne potessero votare, in questa elezione mia figlia ha invece potuto votare per sua madre come presidente. Questa e’ l’America”, ha concluso la moglie di Bill Clinton, “fatta di donne che sfidano le contrarieta’, e che non si arrendono mai”.
Bel modo di dimostrarlo Signora Rodham. Perchè Clinton è il cognome del marito, uh? Emancipazione femminile proprio per nulla, è una farsa intrisa nella melassa di cuoricini familisti del più convenzionale sogno americano. Retorico e ideologico, così come farsi presentare sul palco dalla figlia Chelsea. Al massimo poteva parlare della centralità del patchwork nell’economia statunitense. Ma se lei è patetica, lo è ancora più il giornalista che riempie di allusioni quest’articolo, sottolineando come lei non sia una dignitosa ex candidata, bensì semplicemente l’ex first lady e la moglie di Bill Clinton. Faccio notare in più che la chiama “il primo presidente USA in gonnella”, attibuendo al ruolo una connotazione che non riesce ad uscire dallo stereotipo maschile. Non “la prima presidente donna”, ma “il primo presidente USA in gonnella”. Non commento, va.
Anche Galan merita attenzione
Il nostro venetocentrismo oggi ha un’imperdibile occasione.
In queste ore gli amici blogger hanno pubblicato la loro personale lettera di protesta spedita a Merlo dopo il suo editoriale di ieri su Repubblica. La casella mail del “giornalista” probabilmente starà friggendo, tra le nostre lettere e quelle di coloro che lo stimano e lo sostengono. Vergognoso quell’editoriale. Come vergognose sono le dichiarazioni del presidente della regione in cui purtroppo vivo ancora. Galan ha dato prova della peggiore ignoranza… neanche omofobia, no no, proprio ignoranza. Allora, siccome da tutta Italia stanno protestando con Merlo, che dite se noi veneti scriviamo qualche leterina anche a Galan? So che finisco sempre per fare la maestrina ma non trovate che sarebbe giusto renderlo partecipe di un banale realtà e cioè che scrivere compagno, fidanzato, famiglia non è morboso. E’ cronaca. Non scriverlo è omofobia. Mi rendo conto che servono almeno due neuroni per capirlo, ma possiamo pur sempre fare un tentativo. Ricordiamoci che il 2010 è dopodomani.
Facciamo un gioco, ma non pensate all’elefante
Anelli, come sempre, ne parla bene e dice tutto.
Ugualiamori – che da oggi leggo – è l’incarnazione della capacità di sintesi.
Domenico Riso è morto tragicamente assieme al suo compagno e al figlio piccolo. E’ morta una famiglia, ma sui giornali non si può dire. Si devono usare virgolette qua e là, perchè – si suppone – gli italiani non capirebbero altrimenti. Per delicatezza. Per codardia. Il compagno diventa “un compagno”, “l’amico intimo”. Giancarlo Galan addirittura sostiene che rivelare sui giornali l’orientamento sessuale di una persona morta sia morboso. E omofobo.
Ma qui non c’è alcuna rivelazione. Non si scava nella vita privata di un uomo, nel suo computer, negli sms conservati, nelle foto. Non si squarcia il velo su di una famiglia tradizionale con qualche scoop da tabloid per schiaffare in prima pagina le foto del vero grande amore omosessuale dello steward. Non si costruisce ad hoc attorno a lui un’icona trasgressiva come si è fatto disgustosamente per Federica Squarise.
No, no. Niente di morboso. Qui il casino l’ha combinato tutto chi non ha avuto l’accortezza di dire “il compagno”, “il fidanzato”, “l’uomo di”. Di scriverlo serenamente e in modo naturale, come naturale e sereno era l’amore tragicamente interrotto di queste due persone. Nello sforzo di non far trapelare nulla di scandaloso come il fatto che un nostro connazionale fosse felicemente omosessuale, questi giornalisti geniali hanno fatto sì che oggi si parli solo di quello. Proprio come quando si dice: “facciamo un gioco ma nessuno deve pensare all’elefante”… ti si siede in testa un pachiderma e vedi solo proboscidi, daiiiiiiiiiii.
Angelo Pezzana ha giustamente messo in evidenza come senza il riconoscimento giuridico delle coppie gay sia difficile trovare un linguaggio comune… ma è anche vero che i termini ci sono e che grazie a dio non è solo il legislatore a fornirci gli strumenti per riconoscere la realtà in cui viviamo.
Per quale ragione dovremmo coniare termini appositi? Quelli che ci sono e che usiamo già non vanno forse benissimo?
Famiglia va benissimo. Fidanzato e compagno io li capisco. Anche promesso sposo non mi è estraneo. No?
Transportiv*
con colpevole ritardo, da www.arcigay.it

Edinanci Silva
PECHINO — A Edinanci consigliarono il judo come terapia. Attraverso il successo nello sport, forse, un giorno sarebbe riuscita ad accettare se stessa. «Mi è sembrato di combattere con un uomo» disse l’azzurra Lucia Morico, che ad Atene sconfisse la brasiliana nello spareggio per il bronzo e oggi, a Pechino, rischia di ritrovarsela di fronte.
Edinanci Silva è un ermafrodita che ha deciso di operarsi. 1, 2 o x? Edinanci ha scelto di essere donna ma lo sport olimpico, ogni quattro anni, s’interroga se sia giusto che chi ha la barba e il pomo d’Adamo s’iscriva a tornei da femmina. L’atletica deve ancora cominciare, e già monta la polemica contro Pamela Jelimo, 18 anni, keniana, regina annunciata degli 800 metri. Non può correre così, non è possibile, dicono. Non fa mai interviste perché si tradirebbe: ha la voce da uomo.
Qui non ci sarebbe stato posto per Santhi Sundarajan, privata dell’argento ai Giochi asiatici, accusata di essere un maschio e ridicolizzata dalla stampa indiana: «Ha cromosomi anormali».
L’ermafrodita Alex, nel film argentino «Xxy» vincitore della Settimana della critica a Cannes 2007, scappa in Uruguay per non affrontare la realtà. Ma all’Olimpiade non si sfugge. La società che cambia è in piscina, sul tatami, al poligono del tiro, sotto il canestro e dentro le corsie dell’atletica, la disciplina più praticata nel mondo, quella con la casistica più ampia, prima, durante e le mostruose donne-uomo plasmate dal doping della Ddr. Andreas Krieger era nato Heidi e lanciava il peso oltre 21 metri. Un oro (Europei Stoccarda ‘86) e molti steroidi dopo, è stato costretto a cambiare sesso. Ha fatto causa ai criminali in camice bianco che l’avevano dopato. Ma nessuno gli ha ridato la sua vita.
Yvonne Buschbaum, bronzo nell’asta a Budapest ‘98, aveva conquistato il cielo e non la verità: «Ho vissuto come un uomo in un corpo da donna. Non ne posso più. Comincio una cura di ormoni. Essere trans è una scelta estrema, chiedo rispetto: i miei successi sono biologicamente puliti perché non mi sono mai dopata».
Nel novembre 2003, pressato dall’incalzare degli eventi, il Comitato olimpico internazionale aprì le porte dei Giochi ai transessuali. «Non ci saranno discriminazioni: il Cio rispetta i diritti dell’uomo» disse il direttore medico Patrick Schamasch. Patti chiari e amicizia lunga: operazione, documentazione medica che attesti il cambiamento di sesso, rispetto della carta olimpica. Puoi essere stato uomo, ma non puoi farti di ormone della crescita. Renée Richards, all’anagrafe Richard Raskind, campionessa di tennis negli anni 70, dissente: «I trans non dovrebbero partecipare ai Giochi». Però si battè per se stessa: nel 1976 la Federtennis Usa le negò la partecipazione agli Us Open, fece causa davanti alla Suprema Corte e la vinse. Parinya Kiatbusaba e Michelle Dumaresq sono campionesse transessuali di kickboxing e mountain bike. E Mianne Bagger, operata nel ‘95, gioca a golf nel pro Tour.
Ma il caso era aperto ben prima che il Cio decidesse di occuparsene. Nel 1936, a Berlino, la sprinter polacca Stella Walsh venne sconfitta dall’americana Helen Stephens, che fissò il nuovo record del mondo sui 100 metri in 11”4. Dopo la gara, la Polonia protestò: Helen è un maschio, non ha diritto alla medaglia. Il test della femminilità (una brutale ispezione corporale) provò che era tutto regolare. 44 anni dopo, l’autopsia del coroner sul corpo di Stella Walsh, trovato senza vita in un posteggio di un discount di Cleveland, dimostrò che la confusione delle idee, e dei sessi, viaggiava molto più veloce dello sport. A essere un uomo, era Stella. Tokyo ‘74: Ewa Klobukowska vince un oro e un bronzo nell’atletica. Fallisce il test della femminilità e viene bandita dalle gare. L’anno dopo diventa mamma.
Psicodinamica delle relazioni famigliari
Caldo torrido. Stesa sull’asciugamano leggo questo libro qui. Stefano si lamenta che gli riempio l’asciugamano di sabbia muovendo i piedi… siamo circondati di spiaggia vedi un po’ se devo prendermi anche la responsabilità di quei quattro granelli che gli piovono addosso… mica colpa mia se lui preferirebbe cementigicare la spiaggia e costruirci un impianto di ventilazione che funziona a pannelli solari. Parole sue, eh!!! Il caldo è insopportabile, il libro merita una pausa e io vado a farmi una doccina. Doccina fredda fredda. Uff, mi stufa la doccia fredda. Metto prima un braccio, ahi che fredda, poi l’altro. Non riuscirò mai ad entrarci tutta. Un piedino. Poi l’altro piedino. Poi con le mani bagnate mi sciacquo la faccia… che ghiaccio…
Vicino a me una signora corpulenta che definiamo per comodità mamma prende uno bambino gracilino sugli otto anni e lo scaraventa sotto la doccia. Il bambino urla – etticredo – che è gelida e tenta invano di scappare mentre mamma lo ricaccia sotto l’acqua minimizzando “non è fredda, non fare tante scene, guarda tuo fratello quanto è bravo”. Realizzo che tuofratello è un bambino che non avevo notato ancora, forse di uno due anni più grande del primo ragazzino. Se ne sta battendo i denti, ibernato sotto la doccia vicino a me, con le labbra viola e il corpo bianco.
A quel punto io scoppio a ridere, ridere e ridere. Rido così tanto che un tizio in coda mi chiede “che hai?”.
Che ho? E serve dirlo? Ho che io la doccia non me la faccio. Sono grande e la doccia fredda proprio non me la faccio. Piuttosto vado al bar mi compro un gelato, la coca cola, e poi magari vado anche a fare il bagno senza aspettare le famigerate quattro ore di digestione.
E tu ragazzino tieni duro. Si cresce!
Halvaisti anonimi
La halva, (traslitterata anche come halwa, halvah, halava, helva, halawa, in ebraico חלבה) originaria dell’arabo حلوى, dolce, è un dolce a base di pasta di semola, popolare in India, Pakistan, e Persia, per arrivare al mediterraneo orientale passando per le cucine dei balcani. La maggioranza delle halva sono confezioni dense elaborate con paste alimentari diverse e che successivamente si addolciscono con zucchero o miele. Tuttavia, a partire da questa semplice composizione si ha un’ampia gamma di varietà. Per esempio, la halva di semolino è gelatinosa e quasi semi-trasparente, mentre la halva di sesamo è secca e leggermente sbrisolona.![]()
Dopo una tossicodipendenza seria, durata più di sei mesi, durante i quali ho consumato dosi massicce e potenzialmente letali di halva, per un totale di calorie giornaliere sufficienti a sfamare l’intero Ruanda, sono riuscita a disintossicarmi. La halva di sesamo colma di pistacchi, era la mia consolazione al ritorno da Modena tutti i giorni. Dosi e dosi e dosi di halva. Sì, certo, anche al cioccolato, al miele, alle mandorle, pura… ma di pistacchi è un’altra cosa. Mica capivo come fosse possibile che gli altri non andassero a rota dopo averla assaggiata, io per un periodo me la sono pure portata in borsa con un cucchiaio, il kit completo. Grazie a Dio qui non si trova, la compravo a Roma quando ci andavo spesso.
E da Roma, qualche settimana fa, quest’uomo qui me ne ha portato due scatole. Cioccolato e ovviamente pistacchi.
Ommioddio…
Danneggiato monumento vittime gay del nazismo


