Alla ricerca della causa perduta

27 Luglio 2008 at 10:02 am (psicologia)

A Milano un ragazzino di sedici anni si è suicidato gettandosi dalla finestra della sua cameretta del sesto piano. Una tragedia, indubbiamente, che nella mia testa ha fatto esplodere sensazioni simili a quelle che avevo provato l’anno scorso, quando un altro sedicenne aveva preso la stessa decisione. Simili, non uguali, perchè quella volta erano entrate prepotentemente in gioco altre costruzioni di realtà, che si erano adattate così perfettamente alla situazione. Cerchiamo sempre cause per quello che accade, e spesso colpe e responsabilità. Lo si fa abitualmente, eh, mica solo quando sulla prima pagina online di un famoso quotidiano ti schiaffano la foto del palazzo da cui si è gettato un ragazzino. Già il titolo è illuminante: “Bocciato e lasciato dalla fidanzata sedicenne si suicida a Milano”. Evidente, no? Quest’insieme di frustrazioni si è coniugata con la sua struttura famigliare della quale veniamo immediatamente informati: il ragazzino viveva – pensate un po’ – solo con la madre e una sorellastra più grande. C’è scritto proprio sorellastra. Pensate poi… nessuna delle due era in casa quando è avvenuta la tragedia… un bambino tascurato evidentemente. La madre però tiene a precisare che secondo lei le cause di questo gesto sono sconosciute, non direttamente attribuibili alle forti delusioni che il figlio aveva dovuto affrontare quell’anno e che invece sembrano essere il focus dell’articolo a partire dal titolo. Ancora, il giornalista ci racconta la personalità del piccolo a partire dai suoi interessi: la muscia, internet, e gli amici. Ascoltava i Green Day… I GREEN DAY… ci rendiamo conto? Eccola qui nelle ultime righe dell’articolo la vera causa del suicidio: un gruppo punk! Cosa apettiamo a proibirne la diffusione? A metterlo fuori legge così come internet e gli amici, già che ci siamo. Addirittura il piccolo si era scelto come nickname un riferimento ad una canzone del gruppo ”ho la faccia d’angelo e il gusto per ciò che è suicida”. C’erano tutti i fattori di rischio: mamma con relazione alle spalle, figlia di primo letto, papà non in casa, internet, gli amici, i ritornelli punk.

E’ un piccolo vortice questo che ci costringe a focalizzarci su delle presunte cause già dal titolo… cause poi, come se le cause esistessero e ci fosse un rapporto diretto tra una bocciatura, la fine di una storia d’amore e un suicidio. Come se la struttura famigliare fosse direttamente collegata. Come se il mondo di questo adolescente, fatto – anche - della sua famiglia, di internet, degli amici, dei ritornelli dei gruppi punk che ascolto anche io, dei professori che lo hanno bocciato, della ragazza di cui era innamorato, delle infinite narrazioni che non conosceremo mai, non contasse nulla. Un adolescente qualunque, uno tra i tanti, agli altri identico. Ce lo raccontano così. Di fatto, non ce lo raccontano.

Un articolo di un conformismo esasperato.

Una parte del mio lavoro consiste nel leggermi tutti questi articoli. Adolescenti che fotografano le amichette, ragazzine che scambiano foto delle proprie tette in cambio della ricarica del cellulare, cocaina nei bagni delle superiori, prostituzione alle medie, chat, bullismo, dating violence, videogiochi, cartoni animati, giornalini, strategie di marketing per vendere sesso e violenza ai minori… me li leggo tutti. Un’altra parte del mio lavoro consiste nell’ascoltare le e gli adolescenti mentre me ne parlano.

Amo molto il mio lavoro.  

1 Commento

  1. Stefano ha detto,

    Fortunati quegli adolescenti che hanno la possibilità di essere ascoltati da chi ama il tuo lavoro quanto lo ami tu.
    Fortunati davvero.

Pubblica un Commento