Testamento biologico: si parla di scelta, non di compassione!

25 Luglio 2008 at 9:46 am (diritti civili, politica)

Paolo Ravasin, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) ha registrato il suo testamento biologico in video il 19 Luglio. Ricoverato a Monastier (TV) da tempo, detta le sue volontà nel caso in cui le condizioni dovessere aggravrsi ulteriormente. Rifiuta alimentazione/idratazione artificiale e accanimento terapeutico. Chiede unicamente che gli vengano somministrati i farmaci necessari ad alleviare il dolore. Con dignità. Sceglie per sè e nel farlo - a parer mio condivisibilmente – attua un uso politico (nel senso di pubblico e di volto a creare nuove idee di società) della propria malattia e della propria vita, come hanno fatto altri prima di lui. Non mi voglio dilungare con le mie considerazioni rispetto al fatto che sono senza ombra di dubbio favorevole al testamento biologico e – in questo caso – anche della necessaria politicizzazione della propria esistenza. In modo spesso dirompente. Non ci si può stupire quindi quando arriva puntualissima una risposta altrettanto politica, in questo caso dell curia tramite il periodico ufficiale: La Vita del Popolo. Ah, solo una precisazione, quella distinzione fra la sofferenza psicologica e fisica è agghiacciante, per non parlare del “mansionario del bravo padre” a cui sembra alludere Mazzocato parlando di Eluana Englaro. Qui ciò che dovrebbe essere portato in primo piano sono i concetti di scelta e autodeterminazione, uniche discriminanti. Altro che carità e compassione, non è questo il terreno sul quale stiamo discutendo, non questi i presupposti attorno ai quali ruotano le battaglie per i diritti civili. Ecco cosa scrivono i giornali:

Paolo Ravasin «è un suicida». Lo sostiene il preside dello Studio teologico del Seminario diocesano di Treviso, e fratello del vescovo Andrea Bruno, Giuseppe Mazzocato, che nell’editoriale del periodico diocesano «La Vita del popolo» condanna duramente la decisione del malato di sclerosi laterale amiotrofica di registrare in un video il proprio testamento biologico. Ravasin ha detto di non voler essere alimentato e idratato artificialmente nel momento in cui non fosse in grado di farlo per via naturale.
 «La resa di fronte alla vita» è l’inequivocabile titolo dell’editoriale di don Mazzocato. E nel testo non mancano i passaggi forti, tutti riferiti alla scelta di Paolo Ravasin: «Ci troviamo di fronte ad un suicida – scrive – che chiede aiuto per porre in atto il suo piano. Il commiato è spesso un atto di accusa verso chi non ha saputo aiutarlo. Aiutarlo a far che cosa? Non a morire, ma a vivere. Il suicida recrimina l’omissione di aiuto a vivere; qui, invece, si chiede l’aiuto a morire».
 Mazzocato, che firma l’articolo anche in qualità di vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto, riflette sulla vicenda del malato di Sla, da tempo ricoverato in una stanza della casa di soggiorno «Villa delle Magnolie» di Monastier, paragonandola tra le righe a quella di Eluana Englaro, la donna in coma vegetativo da 16 anni. Una situazione che Ravasin vuole assolutamente evitare.
 «Oggi ci ritroviamo spesso ad invidiare la morte repentina – scrive invece Mazzocato – tanto più la desideriamo di fronte ad un malato terminale o un malato di Sla: non mangia più, non respira più, non parla, non cammina ed il suo corpo è divenuto una sorta di scafandro, che lo isola dalla vita. Sarebbe meglio per lui morire? Molti oggi trovano molto convincente la risposta affermativa a tali domande e alcuni addirittura pensano, a tal proposito, ad una sorta di battaglia per i diritti civili e vedono con fastidio chi ci si oppone. Procurare la morte è da costoro presentato come il più alto gesto di carità, analogamente a quello con cui si restituisce la libertà ad un prigioniero, spezzandone i ceppi. Ecco la necessità di riflettere, visto che si tratta di una vita umana e della nostra stessa umanità, alla quale non appartiene né l’omicidio, né il suicidio».
 Frasi che fanno già discutere: «Paolo Ravasin un suicida? E’ una sciocchezza». E’ Raffaele Ferraro, segretario dell’associazione Veneto radicale e da un anno e mezzo vicino alla sofferenza di Ravasin, a ribattere a Mazzocato: «Non conosce l’articolo 32 della Costituzione, che sottolinea come nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Poi Paolo ha solo detto che sognerebbe di non venir alimentato artificialmente: la sua è una richiesta, come quella di Giovanni Paolo II, che da testimonianze ha preferito rimanere in Vaticano anziché farsi ricoverare, e riabbracciare così il Padre. Ho conosciuto Paolo un anno e mezzo fa, e posso garantire che lui lotta per migliorare la sua qualità della vita. In questo arco di tempo ha ottenuto il cambio del respiratore, il trasferimento, l’aiuto di una psicologa. E’ migliorata la sua vita sociale, utilizza anche internet e il computer che gli permette di parlare e leggere. Dov’è stata la Chiesa in questo anno e mezzo?».
 Mazzocato scrive di ingenuità, amore e disperazione: «Il primo dato di fatto è l’ingenuità di chi si inventa una battaglia di civiltà, per dare la morte. Se di coraggio si deve parlare – è qui il teologo si riferisce al caso di Eluana Englaro – non è certo quello del padre che elimina la figlia, assieme alla sofferenza, ma del padre che si ostina a cercare il senso di tale sofferenza, non potendo accettare di porre termine lui, alla vita della figlia, pur indirettamente». «Poi l’amore non ha per oggetto le qualità della persona, ma la persona in se stessa: la figlia in coma non cessa di essere figlia per il padre. E tra la ribellione alla sofferenza e la volontà di morire c’è un grande distanza. Il suicida sano non è diverso dal suicida malato; muta solo la natura della sofferenza (nel primo caso è psicologica, nel secondo fisica) ma non la ragione del suicidio. Dobbiamo sapere che la lotta per la libertà di morire non è affatto una lotta, ma è esattamente il suo contrario: una resa. Chi lotta per l’eutanasia e cose simili, sta spingendo l’uomo alla resa di fronte alla vita. Sta coltivando la disperazione. Nella resa dell’ammalato tutti noi ci arrendiamo ad una visione disperata della vita».
 

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