“La ballata del Fasoli” – settoredemokratico
sopporto? Abbiamo avuto notizia di questa morte raccapricciante in più edizioni del telegiornale solo perchè la vittima è un ragazzino italiano e la tragedia è avvenuta all’interno del mondo di plastica, tra le canzoncine ed i bambini… nessuno muore a Topolinia, non credi? E’ un ossimoro. Lì tutti sono felici, e consumatori. Anche di emozioni. Le emozioni durano un giorno intero, il divertimento a pagamento, standardizzato, conformista, è garantito. Lo hai pagato. Perchè chiudere il parco per un ragazzino di 18 anni morto sul suo schifoso lavoretto stagionale, mica vorrai far piangere i bambini? Mica vorrai rovinare la giornata di vacanza con mamma e papà, no? I riti a Gardaland sono rispettati, e non c’è posto per Fasoli tra una canzoncina e una sfilata… la sua morte verrà ritualizzata coi tre minutini di silenzio il giorno dopo. Sarà bello, lo ricorderanno tutti assieme prima di onorarlo riempiendo il parco di giovani sorrisi.L’unità a sinistra si fa a letto
Troppo bello per non farci un intero post:
Io dico: Se davvero Rifondazione riuscisse anche solo a confederarsi con il Pdci si avrebbe la parvenza di una pallida prospettiva a sinistra. Non da poco, eh! Significherebbe provare a creare una cerniera tra le sinistre italiane e non un patchwork disastroso come quello della sinistra arcobaleno, progetto che ho condiviso e che continuo – nonostante tutto – a difendere. Ci siamo comportati come la coppia divorziata che torna a letto assieme per una notte che si pensava dovesse essere di passione: a lui non tira, lei non viene… ecco, adesso quei due è meglio che escano assieme da amici intimi prima di progettare un figlio, no? ![]()
Masaccio dice: Siccome Pdci è maschile e Rifondazione femminile, e la grammatica non è mai un caso, se fosse come dici non sarebbe così difficile. Lui porta rancore ma non l’ha dimenticata, e quella volta probabilmente era stressato, sai, la campagna elettorale, l’ansia da prestazione, ecc.. Lei usciva da esperienze omo (Sd) e addirittura di gruppo (i movimenti), perciò è comprensibile che sia rimasta inappagata. Bisognerebbe che si trovassero in giro per caso, quest’autunno, tra la folla di una grande manifestazione, che iniziassero a chiacchierare per caso, e che tra un bicchiere e l’altro da cosa nascesse cosa. Solo che in questo caso mi sa che finirebbero subito a litigare se farlo a casa di lui o a casa di lei.
Stefano dice: Facciamo una colletta e prenotiamo loro una stanza d’albergo in un luogo romantico…
Alessandro dice: state riuscendo a farmi odiare sta cosa…
Io dico: La metafora sessuale è azzeccatissima, dai ![]()
Però ha ragione Ale, l’importante è non stare tutto il tempo a dire “allora, come è andata? Vi siete visti? E che vi siete detti?”…
Nota a margine della nostra telefonata
Eri triste oggi, ti ho sentita. Abbiamo parlato un po’ del congresso di Rifondazione. Tu amareggiata, io meno, probabilmente non nutrivo le tue stesse speranza, non sentivo – non sento – una reale collocazione. “Non sono contenta che abbia vinto Ferrero, non sarei stata contenta neppure avesse vinto Vendola” ti ho detto “non sono contenta di questi congressi punto. Ma vediamo che ne nasce, da qui in poi. Non si è discusso nei congressi, speriamo di iniziare ora”.
Di cose di cui discutere ce ne sono tante, eh? A partire da quello che sta a cuore ad entrambe, per ragioni diverse. Chissà se i nostri amati diritti civili saranno ancora solo un qualcosa di cui occuparsi se avanza tempo a fronte delle grandi sfide per l’uguaglianza sociale che ci attendono, oppure se sarà normale, consueto, scontato, parlare di diritti civili e ancor più di diritti civili nell’ottica delle differenze di classe. Te lo immagini? Chissà se nella ridefinizione della sinistra avremo uno spazio alla pari o se saremo ancora gerarchizzate in nome di scelte ideologiche e discutibili.
Ricordi quando il giorno dopo la tragica sconfitta elettorale uscì sui giornali la lettera di Luca, il presunto operaio di Mirafiori che sosteneva di aver votato Lega perchè la sinistra parlava solo di froci e zingari? Tutti sull’attenti di fronte al Verbo… perchè l’operaio di Mirafiori fa parte del nostro inconscio collettivo come la mamma di Carlo Giuliani, valla a contraddire, ti prendono per blasfema. Ecco, tutti a ragionare sulla sinistra che non parla più agli operai, che si occupa solo di questioni borghesi. Boh, io credo che se la sinistra fosse stata in grado di parlare al movimento LGBTQ allora il movimento ci avrebbero sostenuti… il problema è che abbiamo parlato di froci e non ai froci, così come abbiamo parlato di lavoro ma non ai lavoratori. Qual’è la differenza?
Io voglio una sinistra che sappia parlare di diritti civili e sociali, voglio una sinistra che sappia parlare a me, che sappia che la precarietà è essere costretta ad avere una partita IVA con un unico committente (lavoro subordinato a tutti gli effetti) e avere l’angoscia di essere sbattuta fuori senza responsabilità se si rimane incinta! Voglio che si parli del mio diritto ad essere madre e non solo della difesa sacrosanta della 194. Voglio che si abbia il coraggio di dire che a fronte di un’incompatibilità legislativa si dovrebbe estendere il diritto all’autodeterminazione a partire dai 14 anni. Voglio che si riapra il dibattito sulla RU486, sulla legge 40 e sul testamento biologico. Voglio che venga rimesso in discussione il Concordato in nome dell’articolo 7 della nostra costituzione. Voglio una sinistra che non abbia dubbi sulle unioni civili e ancor meno sui matrimoni omosessuali.
Vorrei che la sinistra sapesse parlare anche di questo.
E lo voglio perchè desidero che la sinistra torni a governare. Perchè ho 27 anni e ne ho diritto. Ho diritto ad una sinistra che sappia che tra diritti civili e diritti sociali non c’è contraddizione: i diritti civili servono a chi non ha i soldi perchè gli altri se li comprano. Lo ha detto perfettamente Mara Carfagna affermando che i suoi amici gay non subiscono discriminazioni. Brava Mara, vorremmo vedere la dichiarazione dei redditi dei tuoi amici, così, tanto per farci un’idea. Perchè quello che vediamo noi, invece, è che vieni mobbizzato e sbattuto fuori se sei gay, ancor più se decidi per la transizione. E non è solo questione di lavoro…
Cara, di tutto questo tu ed io non abbiamo parlato oggi al telefono, ma ce ne sarà occasione, no? Forse abbiamo sbagliato luogo da cui partire, ma non temi sui quali spenderci.
A presto, cara.
Su cartine e preservativi
Vince Ferrero. Nello sfacelo totale della sinistra italiana post arcobaleno, il congresso di Rifondazione decide una linea tutt’altro che scontata. Io non credevo nell’elezione di Ferrero segretario, sia chiaro. Ero convinta vincesse Vendola, la sinistra-per-bene guidata da uno dei personaggi più antipatici del panorama politico. La sinistra che mi ha fatto fare la campagna elettorale più noiosa mai vista, e che ha orientato la propaganda rivolta ai giovani con gadgets avvilenti come cartine e preservativi (per la cronaca, avrei voluto farli anche io qualche anno fa come campagna nazionale diritti della Fgci, grazie a Dio il coordinamento mi ha votato contro!), la sinistra pallida del forum giovani, delle biciclettate, dell’apriamoci al PD. Io sono sempre stata una pasionaria dell’unità a sinistra, una nemica dei feticci e della nostalgia fine a se stessa… tuttavia il progetto di Vendola non poteva convincermi perchè mancava di struttura. Eppure, non posso essere del tutto serena rispetto a questo risultato. Non sono sinistra delle biciclettate e non sono neppure sinistra del Capitale. C’è posto per me in questa sinistra che si sta ridefinendo?
Ferrero ha organizzato attorno a sè anime ben diverse, come vuole la storia di Rifondazione, dopotutto… speriamo che questa alleanza sia funzionale, che ne sia valsa la pena, che sia la scelta ottimale per ripartire tutti. Non si parla di scelte giuste o sbagliate in questo caso ma di scelte più o meno funzionali e io mi auguro davvero che la sinistra (tutta) sia in grado di essere funzionalmente all’avanguardia, guerriera, coraggiosa, tenera, autentica. Quello di Rifondazione è il congresso che determina di fatto l’assetto della sinistra italiana: alternativa al PD e ancorata alla base e alle questioni sociali. Dicono. Staremo a vedere se le sinistre che escono dai congressi di Salsomaggiore e Chianciano riusciranno ad armonizzarsi e a concretizzare un progetto politico vero e rivolto al futuro. Sinistra sul serio, capace di mettersi in discussione e rimettere in discussione ciò che è stata fino ad ora, ciò che ha fatto fino ad ora. Speriamo che leccate le ferite e rimessici in piedi si possa iniziare a parlare di contenuti gettando ponti tra i nostri partiti e tra i partiti e il Paese.
Alla ricerca della causa perduta
A Milano un ragazzino di sedici anni si è suicidato gettandosi dalla finestra della sua cameretta del sesto piano. Una tragedia, indubbiamente, che nella mia testa ha fatto esplodere sensazioni simili a quelle che avevo provato l’anno scorso, quando un altro sedicenne aveva preso la stessa decisione. Simili, non uguali, perchè quella volta erano entrate prepotentemente in gioco altre costruzioni di realtà, che si erano adattate così perfettamente alla situazione. Cerchiamo sempre cause per quello che accade, e spesso colpe e responsabilità. Lo si fa abitualmente, eh, mica solo quando sulla prima pagina online di un famoso quotidiano ti schiaffano la foto del palazzo da cui si è gettato un ragazzino. Già il titolo è illuminante: “Bocciato e lasciato dalla fidanzata sedicenne si suicida a Milano”. Evidente, no? Quest’insieme di frustrazioni si è coniugata con la sua struttura famigliare della quale veniamo immediatamente informati: il ragazzino viveva – pensate un po’ – solo con la madre e una sorellastra più grande. C’è scritto proprio sorellastra. Pensate poi… nessuna delle due era in casa quando è avvenuta la tragedia… un bambino tascurato evidentemente. La madre però tiene a precisare che secondo lei le cause di questo gesto sono sconosciute, non direttamente attribuibili alle forti delusioni che il figlio aveva dovuto affrontare quell’anno e che invece sembrano essere il focus dell’articolo a partire dal titolo. Ancora, il giornalista ci racconta la personalità del piccolo a partire dai suoi interessi: la muscia, internet, e gli amici. Ascoltava i Green Day… I GREEN DAY… ci rendiamo conto? Eccola qui nelle ultime righe dell’articolo la vera causa del suicidio: un gruppo punk! Cosa apettiamo a proibirne la diffusione? A metterlo fuori legge così come internet e gli amici, già che ci siamo. Addirittura il piccolo si era scelto come nickname un riferimento ad una canzone del gruppo ”ho la faccia d’angelo e il gusto per ciò che è suicida”. C’erano tutti i fattori di rischio: mamma con relazione alle spalle, figlia di primo letto, papà non in casa, internet, gli amici, i ritornelli punk.
E’ un piccolo vortice questo che ci costringe a focalizzarci su delle presunte cause già dal titolo… cause poi, come se le cause esistessero e ci fosse un rapporto diretto tra una bocciatura, la fine di una storia d’amore e un suicidio. Come se la struttura famigliare fosse direttamente collegata. Come se il mondo di questo adolescente, fatto – anche - della sua famiglia, di internet, degli amici, dei ritornelli dei gruppi punk che ascolto anche io, dei professori che lo hanno bocciato, della ragazza di cui era innamorato, delle infinite narrazioni che non conosceremo mai, non contasse nulla. Un adolescente qualunque, uno tra i tanti, agli altri identico. Ce lo raccontano così. Di fatto, non ce lo raccontano.
Un articolo di un conformismo esasperato.
Una parte del mio lavoro consiste nel leggermi tutti questi articoli. Adolescenti che fotografano le amichette, ragazzine che scambiano foto delle proprie tette in cambio della ricarica del cellulare, cocaina nei bagni delle superiori, prostituzione alle medie, chat, bullismo, dating violence, videogiochi, cartoni animati, giornalini, strategie di marketing per vendere sesso e violenza ai minori… me li leggo tutti. Un’altra parte del mio lavoro consiste nell’ascoltare le e gli adolescenti mentre me ne parlano.
…
Amo molto il mio lavoro.
La versione di Barney – Mordecai Richler
Noi amiamo questo libro. Amiamo Barney Panofsky, il suo essere cinico, dissacrante, bugiardo. Amiamo – Dio se amiamo! – la sua scorrettezza su tutti i fronti. La volgarità. Il suo essere così grottesco. Così grottesco. Noi amiamo il fatto che Barney, ormai vecchio, bevendo e fumando sigari, decida di scrivere la sua biografia per difendersi dall’accusa di omicidio mossagli dal nemicherrimo Terry McIver nel suo libro “Il tempo, le febbri”: Barney è uno a cui nonticiprovarearomperglilepalle, eh! Amiamo anche Mordecai Richler, questo Mordecai Richler.
Ale, dovresti leggerlo, magari quando hai finito di guardarti Dr House, eh eh!!!!! Intanto questo:
Clara aveva il terrore degli incendi. “Ti rendi conto che siamo al quinto piano e che non avremmo alcuna possibilità di fuga?” . Se qualcuno bussava alla porta senza preavviso rimaneva come paralizzata. Gli amici lo sapevano e si annunciavano sempre. “Sone Leo”, oppure “Sono l’uomo nero. Mettete gli oggetti di valore in un sacco e passatemelo attraverso la porta”. Il cibo troppo condito le dava il voltastomaco. Soffriva di insonnia, ma bastava farla bere un po’ e si addormentava come un angioletto – non che ci fosse da rallegrarsene troppo, perchè col sonno arrivavano gli incubi da cui si svegliava madida di sudore. Diffidava degli estranei e ancor più degli amici. Era allergica ai frutti di mare, e a chiunque non fosse pazzo di lei. Durante il ciclo soffriva di mal di testa, crampi, nausea ed era di un umore schifoso. Aveva terrificanti attachi di eczema. Teneva chiuso in un’anfora, conto il malocchio, un intruglio di pipì e unghie tagliate. Aveva paura dei gatti, soffriva di vertigini e se sentiva un tuono impietriva. Detestava i ragni, i serpenti, l’acqua, la gente. Ed io, lettore, questa donna l’ho sposata.
And all that I can see is just a yellow lemon tree
Descovolante è il nostro referente culinario. Bravissimo. Ieri sera, cena a casa di Ale, il nostro cuoco prepara le zucchine al limone, “sucati col limon”, la cui ricetta era stata già pubblicata sul suo blog a seguito di una esplicita richiesta del grande capo Ale, che ne aveva mangiate una quantità industriale ad una delle tante riunioni. Diceva buonissime, Ale. Quindi, a rigor di logica, cucinate dal Desco dovevano per forza essere mondiali. L’arte del Desco è una delle verità indiscutibili della sinistra trevigiana.
Ho messo in bocca una rotellina. Il succo di un intero limone mi si è spanto per la bocca. Aciderrimo. Non ho neppure deglutito ma sputato direttamente in mano e poi nel secchio dell’umido. Bleaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. Che schifo. E poi ancora blea. Pareva cucinato nella lemonsoda. Blea, blea e ancora blea. Ho ancora quel gusto in bocca, nonostante i chili di salame al cioccolato e mezzo sacchetto di patate fritte.
Blea.
La sinistra a scatafascio, la mia vita discretamente incasinata, e il Desco mi sbaglia un piatto. Non riesco a vederci solo una mera coincidenza. No, no. Queste sono congiunzioni astrali…
Testamento biologico: si parla di scelta, non di compassione!
Paolo Ravasin, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) ha registrato il suo testamento biologico in video il 19 Luglio. Ricoverato a Monastier (TV) da tempo, detta le sue volontà nel caso in cui le condizioni dovessere aggravrsi ulteriormente. Rifiuta alimentazione/idratazione artificiale e accanimento terapeutico. Chiede unicamente che gli vengano somministrati i farmaci necessari ad alleviare il dolore. Con dignità. Sceglie per sè e nel farlo - a parer mio condivisibilmente – attua un uso politico (nel senso di pubblico e di volto a creare nuove idee di società) della propria malattia e della propria vita, come hanno fatto altri prima di lui. Non mi voglio dilungare con le mie considerazioni rispetto al fatto che sono senza ombra di dubbio favorevole al testamento biologico e – in questo caso – anche della necessaria politicizzazione della propria esistenza. In modo spesso dirompente. Non ci si può stupire quindi quando arriva puntualissima una risposta altrettanto politica, in questo caso dell curia tramite il periodico ufficiale: La Vita del Popolo. Ah, solo una precisazione, quella distinzione fra la sofferenza psicologica e fisica è agghiacciante, per non parlare del “mansionario del bravo padre” a cui sembra alludere Mazzocato parlando di Eluana Englaro. Qui ciò che dovrebbe essere portato in primo piano sono i concetti di scelta e autodeterminazione, uniche discriminanti. Altro che carità e compassione, non è questo il terreno sul quale stiamo discutendo, non questi i presupposti attorno ai quali ruotano le battaglie per i diritti civili. Ecco cosa scrivono i giornali:
Paolo Ravasin «è un suicida». Lo sostiene il preside dello Studio teologico del Seminario diocesano di Treviso, e fratello del vescovo Andrea Bruno, Giuseppe Mazzocato, che nell’editoriale del periodico diocesano «La Vita del popolo» condanna duramente la decisione del malato di sclerosi laterale amiotrofica di registrare in un video il proprio testamento biologico. Ravasin ha detto di non voler essere alimentato e idratato artificialmente nel momento in cui non fosse in grado di farlo per via naturale.
«La resa di fronte alla vita» è l’inequivocabile titolo dell’editoriale di don Mazzocato. E nel testo non mancano i passaggi forti, tutti riferiti alla scelta di Paolo Ravasin: «Ci troviamo di fronte ad un suicida – scrive – che chiede aiuto per porre in atto il suo piano. Il commiato è spesso un atto di accusa verso chi non ha saputo aiutarlo. Aiutarlo a far che cosa? Non a morire, ma a vivere. Il suicida recrimina l’omissione di aiuto a vivere; qui, invece, si chiede l’aiuto a morire».
Mazzocato, che firma l’articolo anche in qualità di vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto, riflette sulla vicenda del malato di Sla, da tempo ricoverato in una stanza della casa di soggiorno «Villa delle Magnolie» di Monastier, paragonandola tra le righe a quella di Eluana Englaro, la donna in coma vegetativo da 16 anni. Una situazione che Ravasin vuole assolutamente evitare.
«Oggi ci ritroviamo spesso ad invidiare la morte repentina – scrive invece Mazzocato – tanto più la desideriamo di fronte ad un malato terminale o un malato di Sla: non mangia più, non respira più, non parla, non cammina ed il suo corpo è divenuto una sorta di scafandro, che lo isola dalla vita. Sarebbe meglio per lui morire? Molti oggi trovano molto convincente la risposta affermativa a tali domande e alcuni addirittura pensano, a tal proposito, ad una sorta di battaglia per i diritti civili e vedono con fastidio chi ci si oppone. Procurare la morte è da costoro presentato come il più alto gesto di carità, analogamente a quello con cui si restituisce la libertà ad un prigioniero, spezzandone i ceppi. Ecco la necessità di riflettere, visto che si tratta di una vita umana e della nostra stessa umanità, alla quale non appartiene né l’omicidio, né il suicidio».
Frasi che fanno già discutere: «Paolo Ravasin un suicida? E’ una sciocchezza». E’ Raffaele Ferraro, segretario dell’associazione Veneto radicale e da un anno e mezzo vicino alla sofferenza di Ravasin, a ribattere a Mazzocato: «Non conosce l’articolo 32 della Costituzione, che sottolinea come nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Poi Paolo ha solo detto che sognerebbe di non venir alimentato artificialmente: la sua è una richiesta, come quella di Giovanni Paolo II, che da testimonianze ha preferito rimanere in Vaticano anziché farsi ricoverare, e riabbracciare così il Padre. Ho conosciuto Paolo un anno e mezzo fa, e posso garantire che lui lotta per migliorare la sua qualità della vita. In questo arco di tempo ha ottenuto il cambio del respiratore, il trasferimento, l’aiuto di una psicologa. E’ migliorata la sua vita sociale, utilizza anche internet e il computer che gli permette di parlare e leggere. Dov’è stata la Chiesa in questo anno e mezzo?».
Mazzocato scrive di ingenuità, amore e disperazione: «Il primo dato di fatto è l’ingenuità di chi si inventa una battaglia di civiltà, per dare la morte. Se di coraggio si deve parlare – è qui il teologo si riferisce al caso di Eluana Englaro – non è certo quello del padre che elimina la figlia, assieme alla sofferenza, ma del padre che si ostina a cercare il senso di tale sofferenza, non potendo accettare di porre termine lui, alla vita della figlia, pur indirettamente». «Poi l’amore non ha per oggetto le qualità della persona, ma la persona in se stessa: la figlia in coma non cessa di essere figlia per il padre. E tra la ribellione alla sofferenza e la volontà di morire c’è un grande distanza. Il suicida sano non è diverso dal suicida malato; muta solo la natura della sofferenza (nel primo caso è psicologica, nel secondo fisica) ma non la ragione del suicidio. Dobbiamo sapere che la lotta per la libertà di morire non è affatto una lotta, ma è esattamente il suo contrario: una resa. Chi lotta per l’eutanasia e cose simili, sta spingendo l’uomo alla resa di fronte alla vita. Sta coltivando la disperazione. Nella resa dell’ammalato tutti noi ci arrendiamo ad una visione disperata della vita».
Leggendo fiabe
Leggo fiabe e cerco di non pensare. Ho voglia di leggere fiabe per bambini. Leggo “Il compelanno dell’infanta” di Wilde… un po’ mi viene da ridere perchè le fiabe sono tutte crudeli e questa parla di una bambina cattiva. E a me piacciono i bambini “cattivi”, mi fanno tanta tenerezza. L’infanta non è come Alice, che è curiosa e tutta cervellotica e attratta da quello che sembra proibito (eh! eh! mi ricorda qualcuna!), no no l’infanta è proprio una bambina viziata e capricciosa. Tutta spinosa, come la rosa che porta tra i capelli. L’infanta è così bambinacattiva che io non riesco a non volerle bene… Per me è solo una stupida bambina triste. Poi, se ne avrò voglia, leggerò distrattamente i libri che devo studiare per la scuola. Ma per adesso leggo fiabe per bambini. E ascolto musica. Il mio cd degli Housemartins (molto indie, dice Frensi, ma un certo tipo di indie pioneristico, sottolinea), quello che ha fatto da colonna sonora a tutta la mia tesi di master. E a molto altro. Non ricordavo quanto mi piacessero gli Housemartins.
Blitz + sequestro del feto: “accertamenti congrui ed opportuni”
Ricordate il blitz dei carabinieri al policlinico di Napoli questo febbraio? A seguito di una telefonata anonima, in cui veniva denunciato un feticidio (??????), i carabinieri sono entrati nel reparto di ostetricica dove una donna aveva appena subito un aborto terapeutico, e hanno sequestrato il feto, sul quale è stata disposta l’autopsia.
Leggete qui, se volete fare un ripassino e farvi tornare il mal di pancia.
Ecco come è finita (per un voto!):
Csm assolve PM che dispose accertamenti su aborto terapeutico
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha assolto l’operato del pubblico ministero di Napoli che nello scorso mese di febbraio aveva disposto accertamenti sul caso di aborto terapeutico al secondo Policlinico di Napoli. La procura aveva dato il via agli accertamenti dopo una telefonata anonima che aveva falsamente segnalato un caso di infanticidio. L’assemblea in Plenum di Palazzo dei Marescialli ha votato la delibera di maggioranza che evidenziava come il magistrato avesse disposto accertamenti “congrui ed opportuni rispetto alla situazione che gli era stata rappresentata”. Nella delibera si spiega che il pm si e’ “limitato a dare suggerimenti tradizionali, addirittura ovvi dai quali nessun pregiudizio sarebbe potuto scaturire” dal bliz della polizia nè per la donna coinvolta nella vicenda nè per le altre persone ricoverate nello stesso reparto. Una proposta di minoranza aveva al contrario sollevato dubbi sulle modalita’ dell’operazione disposta dal pm che hanno destato “forti perplessita’ e reso incomprensibile lo sconcerto di alcuni dei medici del reparto e della pubblica opinione”. Perplessità sono state sollevate in modo particolare sul numero degli operatori di polizia intervenuti e sul periodo un pò troppo lungo di permanenza al Policlinico. Altri dubbi sono stati posti in merito alla audizione di pazienti “in situazione psicologica delicata e senza necessita’ ed urgenza, almeno dopo l’accertamento della dinamica dei fatti e l’atteggiamento di contrapposizione all’interno dell’ospedale con il personale del reparto”. Secondo la proposta di maggioranza, invece, il blitz della polizia in ospedale sarebbe stato necessario per verificare se era stato commesso un reato. Il pm di turno in tal caso si sarebbbe limitato a dare “suggerimenti tradizionali e addirittura ovvi” che non hanno leso diritti e aspettative delle persone coinvolte nelle indagini.
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_5767.asp